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Spettacolo, i numbers di Carlo D’Ippoliti

lavoroTradizionalmente, lo spettacolo vive da due fonti. Nel mercato conta solo il pubblico: per questo a livello globale la televisione ha la parte del leone, con una spesa dei consumatori che supera i 300 mld$. Molto dopo viene il cinema, che a livello globale vale circa 35 mld$, e ancora dopo c’è la musica, che deve ancora riprendersi del crollo di vendite dei CD, con ricavi mondiali intorno ai 15 mld$. Vanno meglio nuovi mercati, come l’industria dei videogiochi, che vale 25 mld$, o i video online, che da 1 mld$ nel 2010 hanno quasi raggiunto gli 8 mld$ nel 2014.
Le nuove tecnologie offrono sfide ma anche opportunità ai settori tradizionali: ad esempio per la musica i ricavi digitali arrivano ormai a 6 mld$ (circa per il 20% grazie a servizi in abbonamento, il 10% per la pubblicità durante lo streaming, e il 70% per i download). L’altra fonte per lo spettacolo è il sostegno pubblico.
La componente principale è il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), che sin dalla sua creazione, nel 1985, è sempre valso intorno ai 400mln€. La logica con cui questa cifra è distribuita non è il pubblico, ma la qualità. Infatti, quasi il 50% del FUS va alla lirica e alla danza, il 19% al cinema, il 16% al teatro, e il 14% alla musica. Per paragone, l’anno scorso solo il 10% degli italiani ha assistito almeno a uno spettacolo lirico, rispetto al 50% che è andato al cinema almeno una volta, il 20% a teatro, e il 20% ha assistito almeno a un concerto. (si potrebbe fare una tabella con due colonne: finanziamento, e pubblico) Per questo, le cose potrebbero cambiare molto, ora che il finanziamento pubblico sta cambiando. Il FUS conta sempre meno, e cresce il ruolo delle detrazioni fiscali, al 65%, per chi fa donazioni a favore dello spettacolo (il cosiddetto ART-bonus) oltre alla possibilità di destinare allo spettacolo il 5 per mille delle imposte sui redditi. La democrazia (nel finanziamento) sarà la fine delle arti tradizionali?

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